30 aprile 2017

Il nulla e i suoi derivati

PROBABILMENTE IL NOME di Hilaire Belloc non vi dice nulla. Era uno dei migliori amici di G.K. Chesterton, con tale comunanza di pensiero che George Bernard Shaw, loro amico e oppositore, decise di trattarli come un unico destinatario delle sue polemiche, una sorta di mostro a due teste che battezzò Chesterbelloc. So che già questo lo renderà interessante almeno ad alcuni.

Ancora più interessante se si pensa che dei due, Belloc e Chesterton, il primo era da tutti considerato il più brillante. E più brillante di Chesterton ce ne vuole...

Mi incuriosì un accenno (in qualche lettura su C.S. Lewis, credo) ad una sua raccolta di saggi intitolata On Nothing and Kindred Subjects, che si potrebbe tradurre Su niente e temi affini, ma, se ho capito lo spirito del Chesterbelloc, forse avrebbe preferito Il nulla e i suoi derivati. (Il testo inglese è di pubblico dominio e ne ho messo un link nel titolo; in italiano non credo sia mai stato tradotto).

Lo presenta come una sfida intellettuale: ad una provocazione del tipo "Tu che sai parlare un po' di tutto, sapresti dire qualcosa su niente?", lui risponde addirittura con un libro! Nell'introduzione afferma la consapevolezza di poter offendere alcune categorie di persone influenti, se avesse trattato con leggerezza un tema per loro tanto importante, quasi sacro. Ma ormai la sfida era raccolta e doveva andare fino in fondo.
Comprendevo che a scrivere del nulla rischiavo di offendere i vanti di altri, specialmente di molti potenti di oggi, perché avrei trattato di cose a loro molto care e familiari, quali "L'onore dei politici", "La sensibilità delle grandi donne", "La ricchezza dei giornalisti", "La capacità di entusiasmo di un gentiluomo" o "La cultura dei banchieri". Tutto ciò che è più intimo e più caro agli uomini più famosi del nostro tempo, tutto ciò che più vorrebbero proteggere da sguardi profani — tutto questo mi proponevo di farne il tema di un semplice libro.
Ci sono tutte le premesse per una lettura esilarante. Purtroppo, però, dovrà aspettare finché non riuscirò a ridurre la lista dei titoli attualmente "in lettura" (in questi giorni sono riuscito a scendere a 8, ma questo secondo GoodReads, perché in realtà sono sempre molti di più). Ma ho proprio voglia di leggerlo: con tanti difensori del Nulla intorno a me, sento il bisogno della sonora risata del Chesterbelloc per tirarmi su il morale.

02 aprile 2017

Mortale, immortale, eterno

PER POTER MORIRE prima bisogna essere vivi. Gli esseri inanimati non possono morire: sono immortali. Più o meno così Hannah Arendt inizia la sua riflessione sull'immortalità nella sua opera filosofica più importante: Vita activa. La condizione umana. Ma ovviamente c'è di più.

Questa filosofa (più famosa per La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme) sostiene che, in un certo senso, solo l'uomo muore. Gli altri esseri viventi hanno un'individualità così debole che la morte del singolo è trascurabile. Le margherite sono "immortali" perché non è la singola margherita che conta, ma la specie che si perpetua nel succedersi degli individui. Qualche animalista potrebbe risentirsi se si applica questo ragionamento anche agli animali, ma la Arendt lo fa. Il piccione è immortale perché nessun piccione singolo è particolarmente diverso da qualsiasi altro. (La "vera morte" del piccione sarebbe l'estinzione della specie, ma la Arendt non prende questa direzione nel suo ragionamento). Insomma solo l'uomo è mortale, perché solo l'uomo è veramente vivo.

Questa unicità è gloriosa. L'eterno ripetersi dell'uguale (rubo l'espressione a Nietzsche) in tutti gli ambiti della realtà, viene interrotto da un unico elemento di discontinuità che è l'uomo mortale. Se l'immortalità è un cerchio (che non finisce mai perché ritorna sempre su se stesso), il mortale è un segmento di retta, con un inizio e una fine. Unico, irripetibile proprio nel senso che non si ripete. Per questo ho scelto l'immagine di questo post (purtroppo è falsa, l'ho costruita io): le stelle descrivono nel cielo la loro perenne rotazione, la stella cadente piomba rettilinea – attirando la nostra attenzione – e poi scompare.

L'uomo può cercare l'immortalità. Può pensare di imitare quella delle altre creature: inseguendo il miraggio di una vita sempre più lunga... ma quanto? Oppure perpetuandosi nei figli... ma quanti vengono ricordati oltre la seconda o terza generazione? Oppure ci si dissolve nell'omologazione alla massa. È un po' come pensare di farsi piccione: sempre più uguale agli altri piccioni, al punto che, quando muore, nessuno se ne accorge, magari nemmeno l'interessato, se il suo sforzo di omologazione è riuscito a sufficienza.

Mi sono chiesto: se l'immortale è un cerchio e il mortale una retta, Dio che cos'è? Forse possiamo dire che è il cielo (la superficie, nella metafora geometrica), che contiene tanto le stelle fisse come le stelle cadenti? Oppure è il punto: interamente presente in tutta la sua totalità tutta compresa in un unico qui adesso. In realtà ci vorrebbe qualcosa che unisca le caratteristiche del punto e dell'intero spazio: un unico qui adesso che abbraccia tutto l'universo e tutto il tempo.

Dicevo che l'uomo può cercare una parvenza di immortalità (la Arendt parla anche della relativa immortalità della fama), oppure può cercare l'eternità. Perché l'immagine della stella cadente va bene per descrivere la nostra vicenda terrena, ma se crediamo nell'anima immortale, la figura giusta diventa la retta: va avanti senza mai tornare su se stessa e senza fine. E se non possiamo aspirare ad espanderci in tutte le dimensioni (ma le opere dello spirito: pensiero, creazione, amore, preghiera... sono "espansive"), possiamo però trovare l'eternità nel qui adesso.

22 marzo 2017

Animali e religione: lo strano mondo di Yann Martel

RICORDATE VITA DI PI ? Probabilmente avete visto il film, o almeno ne ricordate le belle locandine. Un ragazzo naufrago costretto a condividere la sua scialuppa con una tigre del bengala. L'autore è Yann Martel, scrittore canadese cosmopolita.

Il romanzo Vita di Pi, del 2001, mi era stato presentato da un conoscente come "Il più bel libro che abbia mai letto". L'iperbole avrebbe dovuto insospettirmi! Comunque, ero ospite in casa sua per una settimana, con più tempo libero di quanto avessi previsto, e con il libro premurosamente lasciato sul mio letto... Dovetti impegnarmi per leggerlo in una settimana, ma fu un buon intrattenimento.

Già quella lettura mi aveva suscitato una perplessità su Martel: l'autore esordisce annunciando "una storia che ti farà credere in Dio" (che ovviamente non poteva non incuriosirmi). Poi presenta questo ragazzino, Pi, che si innamora di tutte le religioni e decide di voler essere un osservante indù, fervente cristiano e musulmano devoto allo stesso tempo. Curiosa idea, ma ancora più curioso è il fatto che, alla fine della lettura – colpa forse della fretta – la promessa di una storia che "ti farà credere in Dio" a me non sembrava mantenuta. Dopo tanto fervore nella prima parte, poi di religione quasi non se ne parla più... Accantonai le domande, bollai il libro con 3 stelle su GoodReads e passai ad altro.

Recentemente un suo nuovo romanzo, Le alte montagne del Portogallo (sarebbe il titolo originale, ma in Italia è diventato "Lo sguardo di Odo"), veniva segnalato tra i New York Times' bestsellers e non ho resistito alla curiosità, attratto anche, lo confesso, dalla graziosa copertina che vi ho riportato. (Tutt'altra cosa l'inguardabile copertina e il poco accattivante titolo della versione italiana! Lo trovi qui. Forse lo sconosciuto editore è come certe squadre di calcio che temono la promozione in A perché non hanno lo stadio adeguato).

(Vabbe', mi sembra necessario riportarlo qui – in piccolo. Spero non offenda troppo i vostri occhi).
Il romanzo è diviso in tre parti, con tre storie solo apparentemente indipendenti. Divertente strano a volte meditativo; in questo più o meno come Vita di Pi. Alcune cose non mi sono piaciute e certe lungaggini... dipende dall'atteggiamento con cui uno legge. Di nuovo gli ho dato tre stelle e pensavo di dimenticarlo...

Eppure continua a tornarmi in mente! È divertente. Alcune scene fortemente suggestive contribuiscono. Per dare qualche esempio: un uomo che ha perso tutto, ridotto a vivere nella cabina di un'auto malandata, che si spoglia nudo per grattarsi furiosamente tutto il corpo, tormentato dai pidocchi... (A me sembra un riferimento a Giobbe). Oppure, un'autopsia nel corso della quale emergono dal corpo gli oggetti che hanno segnato la storia del morto. (Ripensandoci, potrebbe dare luogo ad una pubblicità: "Martel sorprende... con cattivo gusto").

Ma quello che colpisce è che di nuovo ci sono gli animali e di nuovo c'è la religione. C'è (soprattutto nella terza parte) il rapporto tra un uomo e un animale. Per la religione: un oggetto sacro "di sorprendente stranezza", ricercato a lungo nel corso della prima parte; una teologa dilettante che disquisisce sul rapporto tra forma narrativa della rivelazione e i romanzi di Agatha Christie; la tomba di un bambino con fama di taumaturgo. E di nuovo... sembra che di tanta religione non si concluda nulla.

Avevo formulato, e poi scartato, due ipotesi. La prima è che Martel disprezza la religione. Ne presenta tante, sempre in chiave bonariamente divertita, e sempre evidenziandone i tratti di poca ragionevolezza. Pensavo: dà tanto rilievo alla religiosità, ma poi ci ride su e lascia cadere l'argomento, perché vuole dire "alla fine la vita va da un'altra parte". Mi è sembrata un'interpretazione povera: sicuramente l'autore vuole arrivare da qualche parte, ma non ho colto il messaggio.

Seconda ipotesi: Martel vuole fare dell'animalismo una religione. Presenta varie religioni come strane e un po' ridicole, e poi mostra che la salvezza viene dagli animali. Pi salvato dalla tigre, il senatore Peter salvato da Odo (tranquilli: niente spoiler!) Può essere che voglia dire: non dobbiamo cercare la salvezza in un dio, ma negli animali! Anche questa ipotesi non convince: Pi salva la tigre almeno quanto lei salva lui. Lo stesso vale per Odo. Forse dobbiamo "salvarci insieme"?

Allora ho cercato in internet. Ho trovato abbondanti (e lunghe) interviste all'autore (se capisci l'inglese, ti segnalo questa). Ovviamente gli vengono fatte domande sugli animali e sulla religione. Sugli animali dice: sono un ottima risorsa narrativa. Perfetti per fare da spalla ad un protagonista complesso. Punto! Sulla religione: proviene da una famiglia atea militante nello stato più ateo del Canada. Ad un certo punto della sua vita, però, ha avuto una "conversione": si è accorto che la religione è bella. In sostanza rimane ateo, ma con molta simpatia verso le manifestazioni di religione; specialmente deliziato dai loro aspetti più assurdi e irrazionali.

Davvero strano il mondo di Martel! Tra i suoi strani personaggi ce n'è uno che decide di camminare sempre all'indietro. Un giorno dovrà introdurne uno che si nutre solo di pane vecchio e acqua di rubinetto, ma nelle migliori pasticcerie della sua città perché gli piace il colore dei tovagliolini. Quel personaggio potrebbe chiamarsi Yann Martel.

30 ottobre 2016

Libertà da idioti

QUANDO COMPRO un dentifricio, prima lo scelgo; quando prendo moglie, prima la scelgo. Uno stesso verbo, ma (spero!) non proprio la stessa azione.

Nel suo saggio La libertà e il tempo, Sciacca individua due modi di esercitare la libertà. Radicalmente diversi, sono caratterizzati da due azioni proprie: scegliere ed eleggere.

La scelta è quella che facciamo in un negozio per individuare l'oggetto che intendiamo acquistare (ma anche il programma da vedere in tv o che cosa fare questo fine settimana). Lo "scegliamo" tra altri simili, ne entriamo in possesso e lo usiamo.

L'elezione ha un atteggiamento diverso rispetto all'oggetto. Riguarda le scelte di vita, le amicizie, le idee: l'oggetto dell'elezione non diventa mio possesso; casomai diventa parte del mio essere, parte di me. Anche se lo esprimiamo abitualmente con il verbo avere (io ho amici, idee, moglie/marito), si tratta di un possesso ben diverso dal precedente, frutto di una scelta molto diversa.

Direi che questo secondo "possesso" è caratterizzato da simmetria: possiedo e sono posseduto. Scelgo un amico offrendogli la mia amicizia, scelgo il coniuge offendogli il mio amore. Vale anche per le idee (si scelgono?): acquisire una nuova idea è permetterle di conquistarmi. Più che prendere è "lasciarsi prendere". Più che possedere è... essere (sono amico o amante o convinto di una certa idea).

Con queste premesse, Sciacca ricorda che già Senofonte e Tucidide avevano sottolineato il collegamento tra idiótes, uomo privato (contrapposto a politikós, l'uomo impegnato nella cosa pubblica), e ídia, gli affari. I beni e le occupazioni del politico sono (erano?) il benessere della pólis e la saggezza per perseguirlo; i beni dell'uomo privato sono i possedimenti ottenuti con i suoi affari.

La conclusione di Sciacca è che chi non coltiva la sua capacità di elezione, vivendo una libertà fatta solo di scelte -- acquistare, vendere, possedere -- al punto da ridurre a "scelta" (acquisto, senza reciprocità o coinvolgimento personale) anche le dimensioni più importanti della propria vita (famiglia, professione, convinzioni profonde ecc.), divenendo per atrofia sempre meno capace di "elezione"... quell'uomo è un idiota, cioè uno che vive esclusivamente nella dimensione del possesso.

Insomma, Sciacca dà dell'idiota a chi si concepisce e si propone per i beni che possiede e non per ciò che è.

A parte le etimologie un po' forzate, penso che cercherò di ricordarmene per darmi dell'idiota tutte le volte che preferisco la libertà light per evitare gli incomodi di una libertà più vera.

02 ottobre 2016

Haiku di compleanno

Nessun nemico.
Qualche ferita, sì:
da fuoco amico.

Solo una nuvoletta che ha oscurato per un momento i pensieri nel giorno di un compleanno. Ma tranquilli: il clima prevalente era di gratitudine, arricchiti da un numero veramente grande di messaggi di auguri (e non ho guardato Facebook! Ringrazio qui e chiedo scusa in anticipo, se finirò per non farlo lì).

Mi dispiace anche che sia venuto un kaiku "scorretto": nessun riferimento alla natura né tantomeno alle stagioni. Molto grave! In compenso, credo sia la prima volta che ci metto una rima.

Gli altri miei haiku li trovi qui.